A short step

The plan for Sunday: visiting the “Mittelmeermonologe“, it will be performed in the Heimathafen in Neukoelln. It is about people, daring the risky way across the Mediterranean Sea, hoping for a better life in Europe.

Sunday … Wednesday I walk to therein train station, going the rest to the airport by bus. At about 4 a.m. I am in the area Brandenburger Too, US and UK embassy. For reason of completeness I have to mention the French embassy, though it is kind of hidden – the time around “Je Sui Charlie” had been the only occasion that it had been really visible. Anyway, waking there that morning I was getting aware of the number police force.

12.10. landing at Dublin. Only elders of the Irish ID and European passports can go through the automated border control. Technology … but standing there in the queue, now being “all other passports”, I get a fright, my own Mittelmeermonolog, my personal talk of the past is coming up, more or less a soliloquy.

Berufsverbote the political control of people orating in any public service, the political refusal of people who did not want to go military service, the roundups – sure, justfied in some respect but not by way of starting from the assumption everybody being terrorist, threatening everybody by holding a machine-gun against their chin …

And now, instead of opening the places, increasing closure, and closure directed again everybody – positive reading: there is no We and Them. All are We, though Them …, well, they are those who tighten control …, closing borders and trying to spread parochial thinking ….

Leaving the terminal, buying the Busticket to Maynooth, the “Hi, dear” mutates, blurs to something like “Hei deer”, thinking about the old bull defending the little empire, maintaining a war that is lost already for a long time … -A saddening welcome, a saddening reminder of the state of Europe.

See here for another lecture on the topic.

multifailure?

The other day I walked into a coffeeshop, a bit off the main road, a bit multiculti and hipster – yes, one of these things I like: paradoxes: off the main street, on the main trends …

Anyway, I looked around, found it OK and put my stuff down, before going to to order …

An espresso …,

I know hipster, snob …, call it as you want – instead of pronouncing it in proper German

Einen Espresso …

Part of the “einen” was shortened to an/un, the pronunciation of the “r” of espresso …, Gosh, it would make every Italian blush.

Ah, the answer had been clear …, at least clearly Italian.

A brief chat …, sitting down and working away – working away with a smile, coincidentally on identity, for the presentations later this week on Maynooth.

Then, walking away I am smiling even more, hearing at every table the sound of “one of my languages”, thinking back, having often been located between many chairs, but finding so seldom chairs that are growing with the number of cultures, walks of life … of the people sitting down. Perhaps it is because the chairpeople are always walking away. multiculti presenting itself as multifailure.

It is not long anymore, wondering since a long long time if I am leaving more behind or will be finding more ahead. – Gracias. Realmente disfruté conociéndote.

joining or not

The rally – not climate is out of control but life and living … or the other way round?

Vienna, September 19th;
Finally on the meeting Roland gratefully says in a short “impulse statement” for the debate: I do not have an answer, a solution …, I just know that we have to do something, namely look for the right question. Everybody agrees …, and so many say “but we know the narrative”

Berlin, September 20th, around 10 a.m.: traffic congestion on the highway 100 – I leave after a while, even with the scooter I am ore or less stuck

Berlin, September 20th, around 2 p.m. walking at the back of the metro/S-Bahn Friedrichstrasse, many years ago the place of “crossing” from one oa of the city another, divided by a wall.
Today crossing arms with strangers, building a wall – nobody has the answer, many have some answer and some may even think they have THE answer.

An old point comes to my mind – I am full of fear:

Ci dicono, in molti, in queste ore: non dobbiamo avere paura. Io invece ho paura. Voglio avere paura. Non dell’ineluttabile possibilità che questo orrore possa colpire me, o i miei cari; credo che per questo dovremmo affidarci alla nostra collettività, abbracciarci, dalla piccola alla grande, fino su in alto alle istituzioni che ci rappresentano e che dobbiamo aiutare a proteggerci.

Ho paura di chi dice: non sono umani. Ho paura delle risposte semplici alle domande complesse. Ho paura delle espressioni come: Parigi brucia. Ho paura di quello che può succedere: delle mamme che benedicono sulla porta i figli pronti alla guerra, ho paura dei numeri che prendono il sopravvento sulle storie, ho paura delle lacrime sulle bare che voglio altre lacrime su altre bare su altre bare su altre bare. Mi fanno paura i politici che hanno paura. Le frontiere europee chiuse unilateralmente senza logica apparente. Ho paura dei coprifuoco, dei concerti annullati, delle cene al ristorante con un occhio sempre fisso sulla porta.

Ho paura del Bignami della Fallaci. Mi fanno paura nella stessa frase “vaticinio” e “Sottomissione”. Quelli che pensano “scappiamo finché siamo in tempo”, come i bambini che chiedevano a Primo Levi: perché non siete scappati prima? Ho paura di chi mette tutto insieme nello stesso calderone, di quelli che non nascondono l’entusiasmo di pronunciare la parola “guerra”, ho paura anche del Piave che pure non ne può nulla e stava lì quando ero più felice. Ho paura di saperne troppo poco, di non trovare le parole o di dirne troppe, e fuori luogo. Ho paura della rabbia istantanea sulle notizie non verificate, una rabbia che rimane attaccata sulla pelle come una crosta, un trasferello nella testa anche se la notizia è smentita. Ho paura dei paragoni a capocchia, della banalità del male che non mi ha mai convinto, del sentirsi estranei, come se l’umanità non fosse sempre una e una sola, nel bene e nel male.

Mi fa paura anche “il tuo amico ti fa sapere che sta bene”. Si, ho una paura fottuta del tasto “sto bene” appeso sempre al collo come un salvavita per anziani, come una nuova coperta di Linus collettiva che non potrebbe che toglierci il respiro. Io non sono buonista. Non sono buono, sono cattivo. Proprio perché sono cattivo ho paura: perché in fondo, alla fine, a farmi paura siete tutti voi, siamo tutti noi.

I am to least afraid that we do not really know the answer, that we are moving without getting anywhere …

And a comment – the reproduction of a letter by Enrico Galiano:

Caro Ministro dell’Interno Matteo Salvini ,
ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”.
Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.
La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero?
Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.
Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica.
Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.1
Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è.
Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.

Enrico Galiano

Yes, I am afraid – and even if I am especially afraid saying what I think is the truth, saying that I have doubt and that I do not know but want to search, honestly, with others – Camminiare insieme – I will try to do, even if walking may mean building a wall. Not knowing the answer does not suggest moving on with giving the old and wrong answers

Berlin, 20th of September, about 5:00 p.m., I am waiting in the canteen – we want to go to the new performance of Brecht’s Baal …

De-Margin-Alisation

Yesterday we went to an exhibition n the theatre museum here in Vienna, from my side not expected to such an extent: a treasure.

AnnaReisenbichler, 2018: SdB; (Seidenfaden in Papier gestickt)

In fact, much had been written about those at the margin, presenting the ambiguity of the outsider. This “positive side” had been something that employed my thinking the last weeks already, reading about family businesses etc.. It surely will guide my future work, looking more on the margin: victim in terms of having to carry the burden of all the stuff that is externalised by the ruling classes; but also preventing the advantage of having nothing to loose, being already there where not only new varieties int also entirely new plants may grow.

Another time …

another time – moving from one place to another, some suggesting “moving home” though a passport, indispensable in some respect and for some as well expressed here, does not mean anything in and for others …, so it is for me, indeed, just ‘moving from one place to another’, wondering if and when it comes to a standstill … 

The weekend busy with putting things into place which; while massively downsizing, it had still been a huge amount of work, also mental work. Will happen, what had been promised, when and where I left some time ago: the work on the project in Łódź, the projected cooperation between the colleagues in Munich and Moscow, the ‘foundation-library’ in Rome, which had been promised such a ling time ago, and saddening every time I think about my books still behind bars …

… but it is also about the other dimension, letting Hans Bender, while tidying up, state

here some letters, manuscripts, mostly fragments, photographies – but who, after I left, will be able to call the by name?

look … said the blind to the seeing

This is as well an expression of the survival of empathy, of humane parts within the entirety of human existence – the words with which Peter sent a link to a piece of music: the survivor of Warsaw.

A Torso

I said.

I cannot see – I cannot walk or talk …, I cannot even hold something

said the torso

Negativity?

I dared to ask.

There is no real life in the wrong one …, and still …

The Torso continued saying

Perhaps I can make you ask, offer you some light so that you can see yourself offer you the missing limb, the imagination of which gives you the strength to stand, holding with a firm grip what needs to be …moved.

time…s

There is a paradox when it comes to the greatness of life, there is the challenge of the unbearable lightness of being, taking up up on Kundera.

Life, with all its beauty, cold be so great, could offer a real lightness of being ….


yet before becoming great for all and everybody it still needs

Peace to the cottages! War on the palaces!